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Lunedì, 20 Giugno 2016 19:07

Museo Archeologico Sant'Antioco

Scritto da Pierluigi Montalbano
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Il Museo Archeologico di Sant'Antioco mostra i materiali dalle origini dei primi insediamenti neolitici (III millennio a.C.) alle fine dell’Impero romano d’Occidente. Si parte dai materiali preistorici del Neolitico recente (cultura di Ozieri) restituiti dagli scavi dell'area dell'Ospizio cittadino e dal villaggio all'aperto di Canai. Le tracce nuragiche sono alcuni piccoli vasi e qualche ciotola d'impasto del Bronzo antico. Per chi ha voglia di fare una passeggiata, poco prima dell’istmo che conduce a Sant’Antioco, nei pressi delle saline, ci sono i menhir di Su Para e Sa Mongia e le domus de janas Is Pruinis, mentre per il periodo nuragico abbiamo una serie di edifici immersi nella macchia mediterranea: il nuraghe Corongiu Murvonis, il complesso fortificato di Grutti Acqua e la tomba dei giganti di Su Niu 'e Su Crobu. Nel museo ci sono le testimonianze fenice dall'area dell'Ospizio cittadino e una fase punica con i materiali del tofet e i corredi funerari delle tombe a camera scavate nel tufo del colle Is Pirixeddus: brocche bilobate, brocche con orlo a fungo, anfore, lucerne, ceramiche di importazione greca, nonché maschere apotropaiche e amuleti in diaspro verde e pasta silicea, gioielli in oro, collane in pasta vitrea e preziosi smalti. Dal 236 a.C. Sulky entra a far parte dell’amministrazione romana con il nome di Sulci. I reperti testimoniano la vita quotidiana con pentole da cucina, piatti d'uso comune e corredi funebri provenienti da sepolture alla cappuccina, da tombe a fossa e da urne cinerarie.
Il Museo etnografico è in una lolla del XVIII secolo. Il cortile nel quale si svolgevano le attività domestiche è ospitato nella zona più antica dell'attuale cittadina: l'area della necropoli ipogea punica che si estendeva per oltre sei ettari su tutta la collina del Castello, fino alla cattedrale paleocristiana sotto la quale ci sono le Catacombe. Gli ipogei vicini al museo etnografico sono stati utilizzati come abitazioni dalle famiglie più povere fino ai primi anni Settanta. L'esposizione dell’etnografico è articolata in due ambienti, una coperta su (magasinu) dove ci sono gli attrezzi da lavoro, e un grande cortile. E’ interessante la sezione casearia, con gli utensili per la raccolta del latte e la successiva trasformazione in formaggio; c’è poi la sezione degli attrezzi agricoli per i cereali e per il lavoro della vite, con gli utensili per la potatura, il trattamento antiparassitario, la raccolta dell'uva e le diverse fasi della vinificazione. All'esterno, sotto la lolla, si trovano gli attrezzi dei mestieri collaterali, quali il bottaio (su buttaiu), il falegname (su maistu 'e linna), il fabbro (su ferreri) il cui nome in sardo deriva dall’attività di ferratore di cavalli e buoi, animali fondamentali per lo svolgimento del lavoro contadino e pastorale. Ci sono finimenti e attrezzi per cavalcature e bestiame da soma e da traino, e aratri di legno e in ferro. Oltre la sezione dedicata alla panificazione, c’è quella dedicata alla palma nana dove sono esposte scope, corde, borse, pennelli con vari tipi di intrecci. Non manca il crine di palma nana, utilizzato per riempire i materassi. Importante è il settore riservato al bisso marino, conosciuto anche come seta di mare, e alla pimnna nobilis, il grande bivalve dal quale veniva ricavato il bisso. 
Il forte sabaudo, domina l’abitato da una collina alta 60 metri. La struttura militare, di 270 mq, fu edificata nel 1813 su un progetto dell’Ufficiale degli Artiglieri di Sardegna Ambrogio Capson. Nel luogo di costruzione del fortino c’erano le mura puniche la cui costruzione aveva in parte demolito un nuraghe. All’epoca, l’isola di Sant’Antioco era minacciata dalle incursioni navali degli ottomani di Tunisi che facevano razzia nei villaggi della costa sarda. Nell’ottobre del 1815 il forte fu teatro di una cruenta battaglia. Il Bey di Tunisi inviò una flotta di 15 navi cariche di saraceni che presero d’assalto il villaggio di Sant’Antioco per depredare il grano. Soldati, miliziani e volontari sardi opposero una valida resistenza ma per le poche munizioni e l’alto numero dei nemici, il fortino fu espugnato. I Tunisini portarono in patria come bottino 133 prigionieri.
La necropoli punica fu utilizzata dal 500 al 200 a.C. Vasta sei ettari, con tombe di circa 40 mq ciascuna, si valuta che il numero di ipogei fosse di circa 1500. Oltre alle tombe utilizzate come abitazioni, i due settori visibili della necropoli sono 40 tombe nei pressi del Fortino Sabaudo e alcune tombe puniche sotto la basilica, poste in comunicazione tra loro e riadattate come catacombe cristiane. In età punica, il rito funebre, era quello dell'inumazione, ma esistono testimonianze di cremazione. Per scavare una tomba servivano due mesi, e dalle tracce nelle pareti e nei soffitti, si sono capiti gli attrezzi usati: piccozze e scalpelli. I sepolcri hanno un corridoio d'accesso (dromos), formato da una scala e da un pianerottolo, e la camera sepolcrale, con ingresso per il passaggio del corpo del defunto. Il portello veniva chiuso dall'esterno con una lastra di tufo e sigillato con argilla, ma poteva essere chiuso anche con pietrame o con mattoni di argilla cotti al sole. Il defunto veniva lavato e poi unto con oli profumati, adornato con gioielli e con oggetti personali, poi rivestito con una lunga tunica o avvolto in un sudario, infine disteso su una barella ai cui lati erano alcune maniglie da impugnare per il trasporto e per farvi scorrere le corde con le quali il corpo veniva calato sul fondo del dromos. Il corredo presenta una brocca biconica con il vino per la libagione sacra e una brocca con orlo espanso con l'olio da spargere sul corpo. Erano presenti anche altre anfore e brocche, tazze, piatti e lucerne. Terminata la cerimonia funebre gli addetti alla sepoltura chiudevano e sigillavano il portello d'ingresso, e i parenti gettavano sul fondo del dromos piccoli vasi colmi d'olio profumato e altri recipienti.
Il tofet è un santuario a cielo aperto presente in Sardegna, Sicilia e Tunisia, dove sono state recuperate urne con ossa bruciate di bambini e animali. Utilizzato dal 750 al I a.C., si trova all'estrema periferia settentrionale dell'abitato su una roccia trachitica denominata Sa Guardia de is Pingiadas (la guardia delle pentole) per le 3000 urne cinerarie fino a ora recuperate. I resti ossei per lungo tempo sono stati attribuiti ad un rito sacrificale cruento, che prevedeva l'uccisione rituale dei primi nati, mentre oggi l'indagine osteologica testimonia che la maggior parte dei bambini cremati erano nati morti o deceduti in tenera età e che i resti animali erano una componente del rito stesso. Le urne venivano deposte tra le cavità naturali della roccia, accompagnate da stele di pietra (più di 1500) recanti immagini umane, simboliche e di animali.
Il villaggio ipogeo è sede della necropoli punica di Sulky. Fu realizzato nel 400 a.C. quando si passò dal rito dell’incinerazione a quello della inumazione. Nel medioevo Sant’Antioco fu attaccata dagli arabi e una parte degli abitanti si trasferì verso luoghi più tranquilli come Iglesias, mentre i pastori e gli agricoltori profanarono le tombe puniche e le trasformarono in abitazioni: Is Gruttas. Negli anni ’30 gli abitanti più poveri di Sant’Antioco, circa 700, dimoravano nelle grotte, e lì vissero fino agli anni 60. A metà degli anni Novanta un progetto dell’Amministrazione Comunale permise il recupero del rione “grotte” e fu realizzato il Villaggio Ipogeo visibile oggi.

Galleria fotografica del Museo QUI

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Il Museo Archeologico di Sant'Antioco mostra i materiali dalle origini dei primi insediamenti neolitici (III millennio a.C.) alle fine dell’Impero romano d’Occidente. Si parte dai materiali preistorici del Neolitico recente (cultura di Ozieri) restituiti dagli scavi dell'area dell'Ospizio cittadino e dal villaggio all'aperto di Canai. Le tracce nuragiche sono alcuni piccoli vasi e qualche ciotola d'impasto del Bronzo antico. Per chi ha voglia di fare una passeggiata, poco prima dell’istmo che conduce a Sant’Antioco, nei pressi delle saline, ci sono i menhir di Su Para e Sa Mongia e le domus de janas Is Pruinis, mentre per il periodo nuragico abbiamo una serie di edifici immersi nella macchia mediterranea: il nuraghe Corongiu Murvonis, il complesso fortificato di Grutti Acqua e la tomba dei giganti di Su Niu 'e Su Crobu. Nel museo ci sono le testimonianze fenice dall'area dell'Ospizio cittadino e una fase punica con i materiali del tofet e i corredi funerari delle tombe a camera scavate nel tufo del colle Is Pirixeddus: brocche bilobate, brocche con orlo a fungo, anfore, lucerne, ceramiche di importazione greca, nonché maschere apotropaiche e amuleti in diaspro verde e pasta silicea, gioielli in oro, collane in pasta vitrea e preziosi smalti. Dal 236 a.C. Sulky entra a far parte dell’amministrazione romana con il nome di Sulci. I reperti testimoniano la vita quotidiana con pentole da cucina, piatti d'uso comune e corredi funebri provenienti da sepolture alla cappuccina, da tombe a fossa e da urne cinerarie.
Il Museo etnografico è in una lolla del XVIII secolo. Il cortile nel quale si svolgevano le attività domestiche è ospitato nella zona più antica dell'attuale cittadina: l'area della necropoli ipogea punica che si estendeva per oltre sei ettari su tutta la collina del Castello, fino alla cattedrale paleocristiana sotto la quale ci sono le Catacombe. Gli ipogei vicini al museo etnografico sono stati utilizzati come abitazioni dalle famiglie più povere fino ai primi anni Settanta. L'esposizione dell’etnografico è articolata in due ambienti, una coperta su (magasinu) dove ci sono gli attrezzi da lavoro, e un grande cortile. E’ interessante la sezione casearia, con gli utensili per la raccolta del latte e la successiva trasformazione in formaggio; c’è poi la sezione degli attrezzi agricoli per i cereali e per il lavoro della vite, con gli utensili per la potatura, il trattamento antiparassitario, la raccolta dell'uva e le diverse fasi della vinificazione. All'esterno, sotto la lolla, si trovano gli attrezzi dei mestieri collaterali, quali il bottaio (su buttaiu), il falegname (su maistu 'e linna), il fabbro (su ferreri) il cui nome in sardo deriva dall’attività di ferratore di cavalli e buoi, animali fondamentali per lo svolgimento del lavoro contadino e pastorale. Ci sono finimenti e attrezzi per cavalcature e bestiame da soma e da traino, e aratri di legno e in ferro. Oltre la sezione dedicata alla panificazione, c’è quella dedicata alla palma nana dove sono esposte scope, corde, borse, pennelli con vari tipi di intrecci. Non manca il crine di palma nana, utilizzato per riempire i materassi. Importante è il settore riservato al bisso marino, conosciuto anche come seta di mare, e alla pimnna nobilis, il grande bivalve dal quale veniva ricavato il bisso. 
Il forte sabaudo, domina l’abitato da una collina alta 60 metri. La struttura militare, di 270 mq, fu edificata nel 1813 su un progetto dell’Ufficiale degli Artiglieri di Sardegna Ambrogio Capson. Nel luogo di costruzione del fortino c’erano le mura puniche la cui costruzione aveva in parte demolito un nuraghe. All’epoca, l’isola di Sant’Antioco era minacciata dalle incursioni navali degli ottomani di Tunisi che facevano razzia nei villaggi della costa sarda. Nell’ottobre del 1815 il forte fu teatro di una cruenta battaglia. Il Bey di Tunisi inviò una flotta di 15 navi cariche di saraceni che presero d’assalto il villaggio di Sant’Antioco per depredare il grano. Soldati, miliziani e volontari sardi opposero una valida resistenza ma per le poche munizioni e l’alto numero dei nemici, il fortino fu espugnato. I Tunisini portarono in patria come bottino 133 prigionieri.
La necropoli punica fu utilizzata dal 500 al 200 a.C. Vasta sei ettari, con tombe di circa 40 mq ciascuna, si valuta che il numero di ipogei fosse di circa 1500. Oltre alle tombe utilizzate come abitazioni, i due settori visibili della necropoli sono 40 tombe nei pressi del Fortino Sabaudo e alcune tombe puniche sotto la basilica, poste in comunicazione tra loro e riadattate come catacombe cristiane. In età punica, il rito funebre, era quello dell'inumazione, ma esistono testimonianze di cremazione. Per scavare una tomba servivano due mesi, e dalle tracce nelle pareti e nei soffitti, si sono capiti gli attrezzi usati: piccozze e scalpelli. I sepolcri hanno un corridoio d'accesso (dromos), formato da una scala e da un pianerottolo, e la camera sepolcrale, con ingresso per il passaggio del corpo del defunto. Il portello veniva chiuso dall'esterno con una lastra di tufo e sigillato con argilla, ma poteva essere chiuso anche con pietrame o con mattoni di argilla cotti al sole. Il defunto veniva lavato e poi unto con oli profumati, adornato con gioielli e con oggetti personali, poi rivestito con una lunga tunica o avvolto in un sudario, infine disteso su una barella ai cui lati erano alcune maniglie da impugnare per il trasporto e per farvi scorrere le corde con le quali il corpo veniva calato sul fondo del dromos. Il corredo presenta una brocca biconica con il vino per la libagione sacra e una brocca con orlo espanso con l'olio da spargere sul corpo. Erano presenti anche altre anfore e brocche, tazze, piatti e lucerne. Terminata la cerimonia funebre gli addetti alla sepoltura chiudevano e sigillavano il portello d'ingresso, e i parenti gettavano sul fondo del dromos piccoli vasi colmi d'olio profumato e altri recipienti.
Il tofet è un santuario a cielo aperto presente in Sardegna, Sicilia e Tunisia, dove sono state recuperate urne con ossa bruciate di bambini e animali. Utilizzato dal 750 al I a.C., si trova all'estrema periferia settentrionale dell'abitato su una roccia trachitica denominata Sa Guardia de is Pingiadas (la guardia delle pentole) per le 3000 urne cinerarie fino a ora recuperate. I resti ossei per lungo tempo sono stati attribuiti ad un rito sacrificale cruento, che prevedeva l'uccisione rituale dei primi nati, mentre oggi l'indagine osteologica testimonia che la maggior parte dei bambini cremati erano nati morti o deceduti in tenera età e che i resti animali erano una componente del rito stesso. Le urne venivano deposte tra le cavità naturali della roccia, accompagnate da stele di pietra (più di 1500) recanti immagini umane, simboliche e di animali.
Il villaggio ipogeo è sede della necropoli punica di Sulky. Fu realizzato nel 400 a.C. quando si passò dal rito dell’incinerazione a quello della inumazione. Nel medioevo Sant’Antioco fu attaccata dagli arabi e una parte degli abitanti si trasferì verso luoghi più tranquilli come Iglesias, mentre i pastori e gli agricoltori profanarono le tombe puniche e le trasformarono in abitazioni: Is Gruttas. Negli anni ’30 gli abitanti più poveri di Sant’Antioco, circa 700, dimoravano nelle grotte, e lì vissero fino agli anni 60. A metà degli anni Novanta un progetto dell’Amministrazione Comunale permise il recupero del rione “grotte” e fu realizzato il Villaggio Ipogeo visibile oggi.

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